TATTOO NEL TEMPO

pelleHo cominciato a tatuare alla tenera età di 14 anni in modo del tutto irresponsabile.
Ero un ragazzino che ignorava completamente cosa stesse facendo prima a se stesso e poi agli altri.
Nel 1982 e comunque per tutti gli anni ottanta, non c’erano studi di tatuaggi nei paraggi, forse ce n’era qualcuno a Milano ma se c’erano non ne sapevo nulla.
Non c’era internet e per un ragazzino dell’epoca come me era impossibile farsi una cultura sul tema.

Solo a metà degli anni ’90 cominciò a nascere in Italia la cultura del tatuaggio ma era ancora allo stato embrionale.
Tra l’altro, all’epoca, muovevo i miei primi passi nel mondo dell’editoria a fumetti e nonostante quel che vedessi sulle riviste di tatuaggi non mi piacesse un granché (anche se, per qualche strano motivo, non riuscivo a smettere di comprare tutto quel che riguardava i tatuaggi), non immaginavo di poter fare su pelle quel che facevo su carta.
Per me e probabilmente per molti italiani, il tatuaggio era qualcosa di ancora rudimentale, “segni neri su pelle”.

Quando cominciai a tatuare professionalmente consigliai opere uniche ai miei clienti fin da subito, ma per quanto fossi certo di quanto fosse importante l’unicità del tatuaggio (il mio slogan era: “La Pelle è una sola”), ancora non avevo elaborato la possibilità di poter applicare la mia tecnica ai tatuaggi e tantomeno di guidare il cliente nella sua scelta.

Il cliente chiedeva e io eseguivo. Voleva un tribale, un geko, un ideogramma cinese o altro?
Io cercavo di creare qualcosa di unico senza preoccuparmi di come il tempo avrebbe modificato il mio lavoro.
Mi bastava sapere che il disegno fosse abbastanza armonico, piacevole e che fosse unico.
Vent’anni fa sembrava giusto così, fino a quando mi resi conto che anche se le mie idee erano giuste c’era ancora molto da imparare.
Per fortuna chi vuole migliorare trova sempre il modo di evolversi.
L’esperienza giornaliera, l’espansione costante del fenomeno tattoo in Italia e di materiale dedicato al mondo dei tatuaggi negli ultimi vent’anni, oltre alla crescita di internet, hanno aiutato notevolmente la mia crescita.

Nel corso degli anni ho imparato che uno degli aspetti fondamentali da considerare prima di eseguire un tatuaggio è il tempo.
Non solo perché un tattoo è indelebile e deve quindi essere scelto con cura (non a caso dal 1998 il mio slogan dice: “Un diamante non è per sempre, un tatuaggio si!”)
ma per la resistenza dello stesso sulla pelle del cliente.

Dire che un tatuaggio è per sempre non basta, disegnarlo bene e tatuarlo come si deve nemmeno.
Quell’opera su pelle deve resistere al passare degli anni, al decadimento corporeo, ad eventuali cambi di peso, alla continua torsione e trazione a cui è sottoposta la pelle ogni giorno, alla rigenerazione molecolare che “muove” il pigmento nel derma, alla pigmentazione dovuta ad eventuali abbronzature (usa sempre una protezione alta se vuoi conservare il tuo tattoo), al riassorbimento del pigmento da parte del corpo anche se in misura minima e probabilmente ad altri fattori non prevedibili.
Quando pensi di aver realizzato un bel tatuaggio e lo rivedi dopo anni diventare una schifezza è un duro colpo per la propria autostima ma anche un tremendo autogol a livello “pubblicitario” ma è quello che, se hai a cuore il tuo lavoro e soprattutto i tuoi clienti, ti fa capire che devi rivalutare il tuo modo di lavorare.
Nel mio caso (e sono certo anche per molti colleghi che non hanno avuto la fortuna di avere un mentore) questo avvenne abbastanza presto, molti tra i miei primi clienti volevano tatuaggi di piccole dimensioni ma ricchi di dettagli (io stesso mi feci qualcosa di simile) e ovviamente tutti quei lavori divennero poco leggibili e si imbruttirono nel corso degli anni, nonostante il disegno fosse ben fatto e il tatuaggio ben eseguito.

Considerare il fattore tempo è essenziale, non solo per la propria carriera ma soprattutto per il cliente.
Non c’è niente di peggio che vergognarsi di mostrare una parte del proprio corpo perché la si ritiene “rovinata”.
Per un tatuatore avere lavori brutti che circoleranno per il resto della vita del suo cliente oltre che della propria è un pessimo biglietto da visita.
Proprio per questo esaudire ogni richiesta è controproducente e un buon tatuatore deve farsi carico anche della responsabilità del cliente incapace di valutare correttamente molti aspetti tecnici e/o psicologici.
Il buon tatuatore deve prendersi la responsabilità di poter dire “NO”.

A volte, ad esempio, capitano clienti che desiderano delle scritte: poesie, nomi, slogan o altro in dimensioni troppo piccole perché nel corso degli anni non si tramutino in oscene macchie di colore.
Sono notoriamente contrario alle scritte, il mio motto è: “Se sono due righe non hai bisogno di un tattoo, se sono più di due righe non ti serve un tatuaggio ma un diario”.
A parte questa avversione del tutto personale, dettata soprattutto dal fatto che secondo me una bella immagine valga più di mille parole e possa veicolare concetti anche molto più complessi e articolati, (oltre al fatto che mi ritengo un disegnatore e non un amanuense) c’è molta differenza tra una scritta di dimensioni se non importanti almeno accettabili che, anche se non condivido, so che resisterà al tempo e tra 10 anni sarà ancora perfettamente leggibile, piuttosto che un poema tatuato in una dimensione poco più grande di uno scontrino destinato a diventare una serie di macchie sottopelle. La stessa cosa vale per disegni troppo piccoli. Poco conta che il tatuaggio appena fatto sembri perfetto. Tra dieci anni diventerà molto probabilmente una schifezza. Tutti abbiamo visto vecchi tatuaggi di 10 cm o poco più che sembrano più delle macchie di colore che dei tatuaggi.

È cosi che si comincia a evitare tutta una serie di richieste e a preoccuparsi non tanto di quanto sia bello il tatuaggio ora, ma che lo sia anche fra dieci anni.
La domanda che mi pongo e che credo dovrebbe porsi chiunque faccia questo lavoro è: “Domani, quando questa persona mostrerà il suo tattoo potrò sentirmi orgoglioso di averlo fatto? … E tra dieci anni?”
Al cliente questo può sembrare dettato dall’ego “smisurato” dell’artista di turno, in realtà è qualcosa che gli darà la garanzia di indossare un’opera destinata a durare molto a lungo.
La preoccupazione con cui un tatuatore considera il cambiamento del tatuaggio nel tempo è fondamentale: all’artista per conservare la propria immagine professionale, ma soprattutto per il cliente che potrà guardare ancora con piacere il suo tatuaggio e il suo corpo.

Informo sempre i miei clienti su questi aspetti, alcuni decidono di ripensare il loro tatuaggio da capo, altri lo rielaborano tenendo conto delle dimensioni, altri decidono di darmi carta bianca. Probabilmente qualcuno ha lasciato il mio studio deluso perché non ha ottenuto quel che voleva ma mi piace pensare che dopo la delusione iniziale abbia “metabolizzato” i concetti e stia semplicemente rivalutando il proprio tattoo.

Buon Tatuaggio a tutti 🙂


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