
Un tatuaggio nasce quasi sempre da richieste uniche e particolari, ma spesso è necessario rielaborare o evolvere l’idea iniziale. Il segreto è riuscire a distillare le informazioni e trasformarle in una composizione coerente.
Un tatuaggio da evolvere
In questo caso il cliente era affascinato dalla teoria di Tartaria, un’ipotesi secondo la quale, in un mondo popolato da giganti, vecchi edifici e cattedrali gotiche non erano semplici costruzioni residenziali o religiose, ma strutture capaci di generare energia. Una civiltà spazzata via da una catastrofica alluvione di fango.
La sua richiesta era quella di realizzare una manica composta da cattedrali, torri e campanili gotici. Il problema mi fu subito evidente: troppi elementi, troppo piccoli e complessi per reggere nel tempo. Un tatuaggio cambia negli anni e, per esperienza, so che molti dettagli si sarebbero persi nel tempo.
Inoltre doveva esserci un gargoyle sulla mano, ma visti i limiti imposti dalle dimensioni, scelsi di interpretarlo come il muso di un leone, più adatto all’anatomia della mano e più leggibile nella vista frontale. Mi ispirai sia ai miei gatti che alle decorazioni gotiche, per mantenere coerenza visiva con la composizione.
Gotico o biomeccanico?
Decisi di affrontare il progetto come un tatuaggio biomeccanico.
Sfruttai le masse muscolari per la direzione del disegno e il posizionamento dei dettagli architettonici, in modo che fluiscano con la struttura anatomica del braccio.
Un approccio insolito, pur mantenendo lo stile gotico desiderato per il tatuaggio.
Come riferimento usai il Duomo di Milano. Anni prima l’avevo visitato e avevo fatto decine di fotografie focalizzate su dettagli, come faccio spesso. Avevo quindi una miniera di ispirazioni a portata di mano per costruire un’opera credibile e ricca di particolari.
Sviluppo e risultato finale
Cominciai, come sempre, con alcune bozze preliminari. Dopo averle sottoposte al cliente, scelse la bozza che preferiva. Poi la sviluppai in una composizione che trova un equilibrio tra architettura gotica e tatuaggio biomeccanico, dando vita a un’ibridazione fuori dagli schemi. Da questa sintesi nasce quello che ho deciso di chiamare: archibiotico.
La realizzazione è stata relativamente rapida, anche grazie alla grande resistenza del cliente, che ha affrontato lunghe sedute consecutive senza difficoltà. Due cicli di due sedute più una seduta finale.
Il risultato è una manica unica, progettata per essere solida nel tempo e coerente in ogni dettaglio. Questo è ciò che cerco di ottenere in ogni opera: creare qualcosa che non esiste.
Non escludo di esplorare questo approccio in nuovi progetti.
Qui sotto puoi vedere le immagini del processo di lavorazione e il risultato finale a distanza di un mese dalla guarigione.

