Quando ti arriva un’email dal direttore di Total Tattoo, che ha apprezzato il tuo libro: 30 Anni di Tatuaggi, e vuole dedicarti un’intervista, sai che il tuo lavoro ha colpito nel segno!

Nel corso della mia carriera ho avuto il piacere di vedere il mio lavoro pubblicato su diverse testate importanti e anche se oggi alcune di esse sono purtroppo chiuse, restano traguardi importanti. Oggi sono fiero di poter apparire con un’intervista di ben 10 pagine su una delle riviste più prestigiose del settore: Total Tattoo. Voce di riferimento nel Regno Unito, nel Nord Europa, nel mondo anglosassone in genere e non solo.

L’intervista non si concentra solo sul libro, ma esplora il mio percorso, la mia filosofia di lavoro, l’importanza del legame tra tatuatore e cliente, l’evoluzione dal disegno analogico al digitale, e riflessioni sul futuro del mestiere, compreso il ruolo dell’intelligenza artificiale.

Puoi acquistare la rivista qui in formato cartaceo o digitale.

Il libro è disponibile qui: https://jerrymagni.com/libro-trenta-anni-di-tatuaggi/

Un traguardo importante che mi riempie di orgoglio e conferma la validità di un percorso fatto di dedizione, studio e rispetto per chi si affida alle mie mani.

Grazie a Perry e a tutto lo staff di Total Tattoo.


Di seguito puoi leggere la traduzione completa dell’intervista

JERRY MAGNI 30 YEARS OF TATTOOS

Jerry Magni tatua da più di 30 anni. Recentemente ha pubblicato un sontuoso libro di 500 pagine che documenta la sua intera carriera: una cronaca visiva, un viaggio nel suo universo creativo e una testimonianza unica di come il suo stile si sia trasformato in parallelo all’evoluzione del tatuaggio.
Parlaci del pensiero dietro a ’30 YEARS OF TATTOOS’.

Esistono pochissimi libri che parlano dei clienti e delle loro idee di tatuaggio, o dell’evoluzione dei singoli progetti. Fondamentalmente questo libro è un riconoscimento dello speciale legame di fiducia tra tatuatore e cliente. Volevo raccontare le storie dietro i tatuaggi.

Il libro è anche un modo per preservare qualcosa che, per sua natura, è destinato a scomparire. Il lavoro di un tatuatore vive sulla pelle delle persone; quando la vita di una persona termina, anche i suoi tatuaggi cessano di esistere. Per questo ho voluto conservare immagini di quei tatuaggi e, ancora più importante, immagini delle persone che li portano.

E naturalmente il libro è anche il racconto del mio stesso percorso: la mia etica e la mia filosofia come tatuatore professionista, e l’evoluzione della mia visione artistica.

È un’immersione profonda e un volume enorme. 500 pagine, 700 immagini…

E avrebbe potuto essere ancora più grande! Ho dovuto ridurlo da circa 900 pagine. I limiti pratici di stampa hanno imposto decisioni difficili e un editing senza pietà. Il processo di selezione non è stato semplice, ma se un’immagine o un testo non aggiungeva reale valore, veniva eliminato.

Hai conservato negli anni un archivio professionale straordinario del tuo lavoro, cosa che non è certamente comune tra gli artisti.

Come molti artisti, mi lascio trasportare da troppi progetti e troppe idee. Ho capito abbastanza presto nella mia carriera che tendevo a ripetere gli stessi tipi di errori, ed è proprio per questo che ho iniziato a documentare tutto: il lavoro in sé, le idee che lo sostenevano, l’evoluzione del progetto, le difficoltà incontrate, e le gioie e le sfide delle interazioni con i clienti. Questo mi permette di lavorare in modo più consapevole. Mi aiuta a riflettere sul mio sviluppo. E mi offre qualcosa che posso consultare in modo utile quando affronto un nuovo progetto.

Molti dei miei clienti trovano ispirazione nel mio archivio. Può aiutarli a capire cosa significhi davvero progettare un tatuaggio importante e cosa possono aspettarsi da me.

Come sei entrato nel mondo del tatuaggio?

Ero poco più che un adolescente. Mi ci sono avvicinato in modo completamente irresponsabile.
Un amico più grande, in licenza dal servizio militare, aveva un tatuaggio con il distintivo del suo reggimento e mi spiegò come era stato fatto: usando un ago da cucito, con del filo avvolto attorno per trattenere l’inchiostro. Ne rimasi così colpito che, appena tornato a casa, provai a tatuarmi da solo l’avambraccio!

Poi anche gli amici iniziarono a chiedermi di fare lo stesso per loro. E andò avanti così finché le nostre madri non lo scoprirono… Puoi immaginare le conseguenze. Ma a quel punto, almeno per me, era troppo tardi. Ne ero rimasto contagiato.

All’epoca il tatuaggio era solo un gioco, naturalmente, un modo per sentirsi più adulti e ribelli senza comprenderne davvero le implicazioni. Ma era un gioco che mi ha insegnato molto. Portare sulla pelle per anni un tatuaggio fatto male per stupidità giovanile ti costringe a riflettere sul vero valore del tatuaggio.

Hai studiato arte?

Ho studiato alla Scuola del Fumetto di Milano, che è specializzata nell’offerta di corsi di fumetto, illustrazione, manga, animazione, arte digitale e così via. Quindi ho imparato a raccontare storie attraverso le immagini, qualcosa che considero centrale nel tatuaggio.

Per me, il principio guida è che tutto ciò che disegni deve essere credibile, non importa quanto fantastico o assurdo possa essere il soggetto.

Mi piace molto anche disegnare caricature. La sfida di deformare un volto mantenendolo comunque riconoscibile è un ottimo esercizio per allenare la mano e l’occhio.

Altri consigli sul disegno?

Consiglierei sempre di lasciare riposare un disegno per 24 ore. Questo permette di rivederlo con occhi freschi. Prova anche a guardarlo allo specchio, per osservarlo da una prospettiva non familiare. E se si tratta di un progetto di tatuaggio, guardalo da cinque metri di distanza. Aiuta a capire se la composizione è abbastanza forte. Sono tutte cose che ho imparato a scuola e che continuo a trovare utili ancora oggi.

Quando hai iniziato a considerarti un tatuatore professionista?

Posso indicare il momento preciso. È stato nel 1995, dopo la pubblicazione del mio libro Segni di Pelle.

In quel periodo c’era un forte interesse crescente per il tatuaggio e realizzai il libro semplicemente per cavalcare quell’ondata. Era una raccolta di disegni e illustrazioni pensata come fonte di ispirazione per altri, ma il risultato fu che iniziai a ricevere numerose richieste di tatuaggi e di progetti personalizzati. Quel libro segnò la svolta della mia carriera. Da lì, tutto iniziò a crescere.

È interessante riflettere sulle differenze tra creare arte su carta (o in digitale) e sulla pelle…

Sì, disegnare su un foglio piatto e uniforme è molto diverso dal disegnare su una pelle curva, irregolare e viva, anche perché un foglio di carta non si lamenta, non sanguina e non si muove. Ed è ovviamente più facile correggere gli errori o ripensare qualcosa quando si lavora su carta o in digitale.

C’è anche una diversa intensità e pressione temporale quando si tatua. Si possono fare pause, certo, ma non si può fare a piacimento. Ricordo che il mio professore Aldo Di Gennaro, famoso illustratore, ci diceva che per creare una buona illustrazione bisogna prendersi del tempo e dimenticare la “frenesia” di finirla, ma con il tatuaggio non puoi farlo. Non puoi abbandonare il cliente sulla sedia.

Sei particolarmente conosciuto per il realismo a colori e per il biomeccanico. Che cosa ti attrae di questi due stili?

Il mio amore per il realismo – la mia attrazione per la riproduzione della realtà – deriva dal mio percorso come illustratore.

Il mio interesse per il biomeccanico, invece, nasce dalla passione per la fantascienza e dalla scoperta di H.R. Giger.
Ricordo la prima volta che vidi uno dei suoi libri nella biblioteca della scuola. Rimasi folgorato. Non era arte astratta e non era realismo nel senso convenzionale del termine. Era un mondo completamente nuovo, con una straordinaria coerenza visiva.

Il biomeccanico offre una libertà espressiva che il puro realismo non possiede.

Come affronti la progettazione dei tuoi tatuaggi biomeccanici?

Il biomeccanico è uno stile di tatuaggio che, forse più di qualsiasi altro, diventa parte del corpo invece di apparire come qualcosa applicato sul corpo.

In un tatuaggio biomeccanico utilizzi forme, luce e profondità per creare qualcosa che non esiste, ma che risulta comunque credibile, realistico e visivamente armonioso. Deve possedere una logica strutturale coerente.

Anche se l’osservatore non ne è consapevole a livello razionale, l’occhio individua immediatamente se c’è qualcosa che non funziona, per esempio una discrepanza tra le immagini biomeccaniche e il modo in cui le strutture corporee sottostanti si muovono. Per questo un principio importante è evitare di collocare immagini di strutture rigide in aree del corpo che si piegano o si flettono. Un buon tatuaggio biomeccanico si integra con il corpo. Comprendere l’anatomia è fondamentale.

Per quanto mi riguarda, il tatuaggio biomeccanico è una metafora della condizione umana. Le strutture rigide rappresentano il lato razionale del nostro essere. Il modo in cui si intrecciano, si muovono e si intersecano è analogo al modo in cui la nostra mente e i nostri processi di pensiero cambiano, si adattano ed evolvono. L’illuminazione interna del disegno rappresenta invece il lato emotivo del nostro essere, l’inconscio, la forza vitale o, se vuoi, la dimensione spirituale.

Lavorare in digitale ha cambiato il tuo modo di fare le cose?

Utilizzo strumenti digitali a livello professionale da decenni. Ma sono nato in un mondo analogico e ho ancora bisogno della carta!

Per me lavorare sulla carta offre un piacere che il digitale semplicemente non può sostituire.

Gli strumenti digitali hanno il vantaggio di permettere di sperimentare e commettere errori all’infinito senza consumare pile di fogli o riempire lo studio di colori e pennelli. È possibile mantenere tutto pulito e ordinato.

Bisogna però fare attenzione. A volte il lavoro digitale può diventare persino più impegnativo di quello tradizionale. La possibilità di ingrandire l’immagine, per esempio, può spingerti a rivedere dettagli microscopici che sulla pelle non saranno minimamente realizzabili. Per questo motivo non ingrandisco mai oltre le dimensioni reali del tatuaggio.

Che cosa resta essenziale nel tuo processo e non può essere sostituito dalla tecnologia?

Studio e pratica. La mano e l’occhio.

Bisogna coltivare la propria creatività. Nutrirsi di arte in tutte le sue forme. Alimentare la propria ispirazione. Allenare la mente a riconoscere la bellezza. Un piccolo dettaglio, come la curva di un oggetto, una forma interessante o una particolare luce in un momento della giornata, può innescare una catena di associazioni mentali inaspettate che conduce a qualcosa di meravigliosamente nuovo. A volte prendo un libro o un vecchio fumetto dalla mia biblioteca che non guardavo da anni. Rivederlo con occhi diversi spesso mi rivela dettagli che non avevo notato…

La tecnologia non può sostituire questo tipo di sensibilità.

Che cosa pensi dell’intelligenza artificiale? Dove dovrebbero tracciare il limite gli artisti?

L’intelligenza artificiale è chiaramente uno strumento che può velocizzare l’intero processo del tatuaggio. Invece di cercare riferimenti, puoi generare immediatamente un’immagine.

Per me, però, se manca l’interpretazione, non si può parlare di arte. Se non c’è creatività individuale o originalità, si tratta semplicemente di un esercizio tecnico. E naturalmente non c’è nulla di sbagliato in questo. Ognuno è libero di scegliere di non essere un artista. Ma se stiamo parlando di arte, l’intelligenza artificiale mostra chiaramente dei limiti. Puoi ottenere il disegno perfetto, ma sarà freddo e privo di personalità.

Se iniziamo ad affidarci completamente alle immagini generate dal computer, il tatuaggio perderà gran parte del suo significato. Certo, rimarrà sempre qualcosa di profondamente umano: la decisione di modificare il proprio corpo, la fiducia riposta nel tatuatore, l’atto fisico stesso del tatuare. Ma mi chiedo: se siamo disposti a lasciare che l’intelligenza artificiale crei i disegni al posto nostro, arriverà un momento in cui le persone si fideranno anche dei robot per farsi tatuare?

Con l’intelligenza artificiale stiamo delegando ai computer i nostri processi di pensiero. E un’eccessiva delega finirà per renderci meno creativi e meno intelligenti. Gli esseri umani si sono evoluti affrontando difficoltà, risolvendo problemi e superando i propri limiti. Se elimini l’attrito, perdi capacità che hanno richiesto millenni per svilupparsi. Prima dei telefoni cellulari ricordavo decine di numeri di telefono; oggi faccio fatica a ricordare persino quello della mia compagna.

E se delegassimo anche la creatività ai computer, che cosa resterebbe?

Forse è il momento di ricordarci che siamo creature analogiche.

Guardando indietro, quali aspetti del tuo percorso conserverai sempre con più affetto? E guardando avanti, che cosa senti ancora il desiderio di realizzare?

Guardando al futuro, spero di non smettere mai di tatuare e di crescere come artista. Mi piacerebbe realizzare alcuni body suit completi (nel 2018 ne ho progettato uno biomeccanico che suscitò molto interesse, ma che non si è ancora concretizzato) e ho anche alcuni progetti a fumetti in mente, uno dei quali è in gestazione da vent’anni. Mi piacerebbe inoltre sperimentare con la scultura e, a un certo punto, dedicarmi anche all’insegnamento in qualche forma.

Guardando al passato, i momenti che custodisco più gelosamente sono tutte le interazioni speciali che ho avuto con i clienti. Quando ti rendi conto che il tuo lavoro non è semplicemente una decorazione del corpo, ma qualcosa che può realmente influenzare e migliorare la vita di una persona, è una sensazione straordinaria. In quel momento comprendi il peso e il valore di ciò che fai. Le storie dei miei clienti, e le tante conversazioni condivise con loro nel corso degli anni, resteranno sempre con me.